La tecnologia è sempre imbevuta di politica, di speranze e di paure umane. Anche l’intelligenza artificiale lo è. Nel 2019, l’investitore miliardario Peter Thiel ha affermato che l’AI sia “letteralmente comunista”. Ha sottolineato che l’intelligenza artificiale consente a un potere centralizzante di monitorare i cittadini e saperne di più su di loro di quanto loro sappiano di sé stessi. Benché eccessivamente semplicistico, l’affermazione dell’imprenditore Americano contiene un granello di verità da tenere a mente. La Cina, infatti, ha abbracciato con entusiasmo l’AI.
Applicare la politica all’intelligenza artificiale è particolarmente difficile, perché la politica è una disciplina costruita attorno all’idea che per capire le scelte politiche bisogna capire gli esseri umani.
Geografia e storia plasmano le società in profondità, determinano la lingua che parliamo, il cibo che apprezziamo e soprattutto ciò che più temiamo.
In un certo senso, la geopolitica è lo studio di come gli esseri umani agiscono quando sono organizzati in una collettività politica.
L’intelligenza artificiale è l’antitesi di questa idea. È un concetto che vagheggia un mondo in cui i non umani prendono in solitaria decisioni consequenziali. Se i missili o i droni di una nazione sono autonomi o anche semi-autonomi, come cambia la geopolitica? Può una disciplina fondata sull’importanza dell’elemento umano nei processi decisionali restare rilevante in una società che immagina sistemi di computer e di robot fare scelte al nostro posto?
Chi sogna immagina grandi guadagni produttivi con la creazione di processi autonomi e macchine in grado di svolgere lavori oggi possibili unicamente con l’energia umana. Chi ha incubi immagina sistemi d’arma in grado di adattarsi e di prevalere sugli arsenali del nemico. Il realista alza la mano e fa notare che la competizione per l’accesso all’energia, al cibo, alle rotte commerciali sarà più determinante nel breve periodo per l’equilibrio di potenza tra gli Stati nazionali. La geopolitica dell’Ai si basa sugli stessi sogni e incubi che avevano spinto Asimov a scrivere negli anni Cinquanta.
Una delle ragioni principali per cui il confronto tecnologico tra Cina e America si è concentrato sulle reti 5G è che senza di esse – per essere più precisi senza reti ubique a bassa latenza, ad alta velocità e prive di cavi – molte delle applicazioni dell’intelligenza artificiale non funzionerebbero nemmeno.
I veicoli a guida autonoma sono uno degli esempi più semplici di come queste tecnologie stiano entrando nelle nostre vite. Qualcuno si fiderebbe davvero, anche se la componente intelligente fosse perfetta, visto lo stato attuale delle reti wireless, di utilizzare un veicolo a guida autonoma senza 5G? Quante volte il vostro telefono ha interrotto una chiamata? Quante volte il vostro wi-fi ha fallito durante un’importante videoconferenza? Peraltro, non è dimostrato che la componente intelligente sia perfetta.
Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra fredda per molti motivi, ma uno dei più importanti è che dominavano le vette tecnologiche dell’era digitale. Era impossibile vederlo o capirlo al tempo. Consideriamo l’esempio dei semiconduttori. Il grosso delle aziende non era consapevole dell’impatto trasformativo che i microchip avrebbero avuto sulle loro industrie.
Negli anni Ottanta e Novanta, infatti, è stata l’applicazione delle innovazioni digitali ad aiutare l’economia statunitense a superare la stagnazione degli anni Settanta e Ottanta, innescando poi la rivoluzione digitale mondiale. Con i tassi di crescita della produttività alle stelle, globalizzazione e digitalizzazione hanno concorso a sospingere l’America nel suo momento unipolare.
La produttività, tuttavia, ha raggiunto il picco intorno alla crisi finanziaria del 2008. La competizione per il dominio nell’intelligenza artificiale è parte di una sfida più ampia relativa a quella che è stata definita quarta rivoluzione industriale. Il Regno Unito ha costruito l’impero britannico anche perché è stato il primo a beneficiare della prima rivoluzione industriale, con l’aggiunta di una favorevole geografia che lo teneva lontano dal caos europeo e con corpose risorse di carbone per alimentare l’impulso produttivo.
La seconda rivoluzione industriale ha generato l’elettrificazione della società, e successivamente nuove guerre sono state combattute per accedere al petrolio, alimento dei nuovi impianti manifatturieri. L’età digitale è stata il frutto della guerra fredda: gli Stati Uniti hanno primeggiato sull’Unione Sovietica non grazie alla loro potenza militare ma grazie al loro ingegno tecnologico, sorgente dei successivi benefici economici.
La Cina si è data l’ambizioso obiettivo di diventare leader in questo campo entro il 2025 perché è troppo dipendente dalle tecnologie straniere. Non può produrre microchip di alta gamma e la maggior parte delle sue strumentazioni di punta l’ha ottenuta attraverso la proprietà intellettuale di altre nazioni. Ciò che la Repubblica Popolare possiede è un’enorme mole di dati e un governo che non teme di esercitare un ferreo controllo sulla popolazione (cioè la fonte di quei dati) per ciò che il partito comunista cinese decide che sia il bene comune.
Se Pechino vuole essere all’avanguardia della prossima rivoluzione tecnologica deve eliminare la dipendenza dall’Occidente, e diventare il centro dell’economia mondiale.
Gli Stati Uniti sono la potenza dominante uscente. Dopo la caduta dell’Urss, hanno presieduto un’epoca di globalizzazione e libero commercio. Lo hanno fatto perché aveva senso dal punto di vista economico: autorizzavano la diffusione nel mondo delle innovazioni tecnologiche per consentire a nazioni come Taiwan, Giappone, Paesi Bassi di specializzarsi in specifiche nicchie delle filiere produttive, abbattendo i costi di produzione.
In un mondo meno competitivo dal punto di vista geopolitico, le leggi del vantaggio tecnologico facevano miracoli. Ma ora, il mondo sta tornando al suo stadio più normale di competizione. Gli Stati Uniti stanno riportando a casa o nella loro sfera d’influenza, cioè entro i confini di paesi più controllabili, la parte più sensibile delle conoscenze tecnologiche di punta. Stanno inoltre usando i vantaggi di cui dispongono per spezzare le gambe a potenziali sfidanti come Cina e Russia. Con l’obiettivo di continuare a guidare l’economia mondiale grazie alla potenza tecnologica.
Alcuni esperti sostengono che siamo diretti verso una sorta di guerra fredda tecnologica 2.0. Cina e Stati Uniti, tuttavia, non sono gli unici paesi all’avanguardia in questo settore ed entrambi sono profondamente integrati nell’economia mondiale di cui beneficiano da ormai diverso tempo.
Giappone, Corea del Sud, India e Turchia hanno gettato le basi per assicurarsi l’accesso alle risorse e all’innovazione. I paesi in grado di abbassare maggiormente il costo dell’energia, di produrre cibo per la propria popolazione a prezzi contenuti, di trarre profitto dalla ricerca tecnologica e da sviluppi scientifici saranno quelli meglio posizionati per beneficiare del mondo che emergerà dopo che Pechino e Washington avranno risolto le loro divergenze, in un modo o nell’altro. L’intelligenza artificiale è la tecnologia del futuro. Promette una manifattura più efficiente, trasporti più semplici, mercati più veloci e liberi, raccolti più abbondanti.
Ogni rivoluzione industriale del passato è stata preceduta da una rivoluzione geopolitica: le guerre napoleoniche, le due guerre mondiali, la guerra fredda. Questa è la storia in cui ci troviamo al momento. Chi emergerà vincitore dalla sfida ai vertici scriverà le regole dell’età successiva.